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Ringraziamo la nostra Amica Tiziana Taraka per averci girato una sua intervista e per averci autorizzato a pubblicarla. Ora potrete scoprire, leggendo l’articolo, che cosa sia il Poliamore.

 

Poliamore: che cosa è, da dove nasce, miti da sfatare, poliamore e BDSM, letture consigliate.

Tiziana aka Taraka per la pagina “LGBTQIA. I Only Can Define My Gender”

– Buongiorno e bentrovata Tiziana; grazie per la tua disponibilità.

Vorremmo saperne di più sul poliamore e la sua storia: in rete si trovano tante definizioni, spesso contrastanti e fuorvianti. Cerchiamo di fare chiarezza: puoi darci una definizione corretta?

Buongiorno a tutte e tutti voi e grazie per la possibilità offertami.

Premessa: non esiste un organo che possa decretare quale sia la defnizione corretta; detto ciò, vi fornirò quella più condivisa e accettata.

Per poliamore si intende la pratica (o la possibilità) di avere più di una relazione intima, sessuale o affettiva per volta, con il consenso esplicito di tutt* le/i partner attuali e potenziali. Un sinonimo di poliamore è non-monogamia etica.

Una parola nuova per parlare di amore e di relazioni ripensando i modelli culturali tradizionali fondati sull’ideale monogamico.
Sotto questa definizione troviamo varie forme di relazioni, alcune anche molto diverse tra loro, ma tutte hanno in comune l’elemento fondamentale dell’etica, e cioè dell’impegno alla trasparenza e all’onestà con le/i partner.

Le caratteristiche principali delle relazioni poliamorose sono, dunque, etica e il consenso informato di tutte e tutti le/i partner coinvolt*.

Perché ci sia consenso, deve necessariamente esserci informazione su ciò a cui si sta dicendo di sì. È importante quindi che all’interno dei rapporti ci sia una comunicazione aperta ed onesta e un’attenzione particolare al rispetto dei sentimenti e dei bisogni di ognun*.

– Storicamente parlando, come e quando nasce il poliamore e come si è sviluppato in Italia?
La non-monogamia esiste da sempre, in termini storici e culturali e all’interno dell’impostazione sociale e religiosa di alcuni Paesi. Il termine polyamory in sé, invece, risale ad un arco temporale collocabile tra il 1990 e il 1992 ed è stato coniato indipendentemente da più persone, tra cui Morning Glory Zell‑Ravenheart, che introdusse il concetto di «relazione poliamorosa» in un articolo del 1990 dal titolo “A Bouquet of Lovers” (“Un bouquet di amanti”) su Green Egg Magazine, una rivista fondata dall’autrice insieme al marito Oberon Zell‑Ravenheart.
Più o meno nello stesso periodo, nel 1992, Jennifer Wesp creò il newsgroup alt.polyamory su Usenet. Questo newsgroup è tutt’ora considerato una delle fonti più importanti di informazioni per la comunità poliamorosa.
Termini simili erano già in uso dagli anni sessanta e le relazioni poliamorose sono in un certo senso discendenti dall’amore libero e dalla cultura occidentale post-femminista, nei tempi in cui viene posto l’accento sulla cultura del consenso in contrapposizione a quella dello stupro e sull’autodeterminazione della persona, dunque libera di vivere e stabilire il proprio setting relazionale a prescindere dagli schemi culturali mainstream.

Il movimento poliamoroso italiano, invece, è molto giovane e ha cominciato ad essere visibile tramite Facebook, che oggi come oggi è un po’ un mezzo universale: nel novembre del 2009 è stato fondato un gruppo, Poliamore Italia (oggi rinominato “Poliamore e altre non-monogamie etiche: discussione, confronto e supporto”), che è cresciuto gradualmente e, allo stato attuale, conta oltre 2000 utenti.

Contemporaneamente, vi era la possibilità di attingere informazioni dal blog italiano “Love Flavored Ice Tea” (http://loveflavoredicetea.blogspot.it/), una sorta di diario personale di B.

Il 18 aprile del 2012 è stato lanciato il sito www.poliamore.org, primo importante punto di riferimento a tema in lingua italiana e co-fondato da Luca Boschetto che, tra le altre cose, è attivista e fondatore – assieme ad un altro gruppo di persone – della neonata associazione R.Eti che si prefigge di diffondere la cultura delle relazioni etiche non-monogame.

Nel corso del tempo sono stati organizzati anche degli incontri dal vivo, e così la comunità poliamorosa è uscita dal virtuale e ha cominciato a incontrarsi in varie città d’Italia: prima a Bologna, poi a Milano, Roma, Napoli, Vicenza, Firenze e varie altre città dove si tengono incontri più o meno regolari.

Quest’anno, nel fine settimana del 24, 25 e 26 giugno, si svolgerà, grazie all’organizzazione dell’associazione R.Eti, la prima OpenCon Italia, una “non-conferenza” aperta a tutte le persone che ritengono che le relazioni felici ed etiche non debbano essere necessariamente monogame.

L’OpenCon Italia è figlia di una lunga serie di OpenCon internazionali e nazionali in altri Paesi (OpenCon Uk, OpenCon Catalonia, OpenCon Madrid).

Per maggiori informazioni, consiglio la visione del sito www.opencon.it, sebbene – specifico – le iscrizioni sono state chiuse il 31 marzo 2016 grazie al grande successo di partecipazione.

– Come sai il poliamore è visto da alcune persone come una sorta di scusante per avere più partner e fare sesso con più persone. Quale è la differenza sostanziale tra questa affermazione e la concezione di poliamore?

Innanzitutto direi che se lo scopo fosse quello di avere più partner senza che una/uno di ess* sia a conoscenza dell’esistenza delle/degli altr* sarebbe più facile mantenere lo status di single e, dunque, non impegnarsi difatto in alcuna relazione. Se così non fosse, si cadrebbe chiaramente nella fattispecie del tradimento. Quest’ultimo implica l’inganno e la violazione di un accordo; il poliamore ricerca non la segretezza ma la trasparenza e l’apertura, la comunicazione, la tutela dei sentimenti e dell’integrità e la condivisione dell’amore.

Una specifica: nella visione mainstream siamo abituat* ad associare il tradimento ad un atto sessuale compiuto al di fuori del setting relazionale e senza trasparenza alcuna. Vorrei porre l’accento sul fatto che costituisce tradimento ogni violazione di accordi interni frutto di una negoziazione tra le parti coinvolte.
Andando avanti: il poliamore riguarda in primo luogo i sentimenti, la ricerca dell’intimità e dell’affettività con più persone, apertamente e nel rispetto di tutt*. Il poliamore riguarda quindi il sesso nella misura in cui qualsiasi relazione intima coinvolge il sesso: per alcune persone è un fattore fondamentale nelle relazioni, mentre per altre sono più importanti l’aspetto sentimentale o la connessione spirituale. Il termine poliamore esprime un orientamento relazionale in cui prevale comunque l’aspetto amoroso.

– Esiste una differenza tra scambismo, coppia aperta e poliamore?
Si, esiste, sebbene sussistano delle aree di sovrapposizione in quanto sono tutte e tre fattispecie che, in un certo qual modo, sono riconducibili alla non-monogamia o, meglio, al concetto di non esclusività.
Lo scambismo è finalizzato al sesso ricreativo e si svolge prevalentemente tra coppie che vanno alla ricerca di altre coppie con le quali praticarlo, attraverso locali o canali dedicati.

Le coppie aperte contemplano la possibilità di vivere una sessualità aperta verso l’esterno, sia singolarmente che non, ma il fulcro amoroso e l’impegno sono fattori che rimangono ancorati alla coppia stessa.
Il poliamore, come abbiamo già visto, privilegia l’aspetto amoroso delle relazioni, quello della connessione e della costruzione del rapporto. In questo processo è contemplata la possibilità di amare più persone. Il concetto di coppia su cui si fondano le altre due fattispecie viene dunque a cadere.
Ciò non toglie che alcune coppie di scambisti e/o coppie aperte finiscano per formare tra loro relazioni a lungo termine e impegnate; allo stesso modo, le persone poliamorose potrebbero amare praticare sesso ricreativo più o meno occasionalmente. Notiamo dunque una certa continuità e possibile fluidità.

Come sottolinea in un articolo Elisabeth Sheff, esperta in poliamore e in famiglie (con figli) facenti parti di minoranze sessuali, vi è da considerare che risulta piuttosto difficile tracciare una linea di demarcazione netta tra cosa è o non è poliamore. Anche se esiste una definizione che pone l’accento su trasparenza, consenso, onestà, comunicazione etc, chi è autorizzato ad applicare la definizione? Un ricercatore è titolato a definire una persona come poliamorosa in quanto il suo modus vivendi comprende i valori di cui sopra ma la stessa non si identifica come tale? E che dire, ad esempio, di una coppia di scambisti che per anni frequenta le stesse persone, maturando amore e scegliendo di condividere la crescita dei figli? Vero, sono allineati ad alcuni concetti tipici del poliamore ma si identificano come scambisti. Possono essere contati come poliamorosi? E chi si arroga il diritto di scegliere per loro?

Il tutto è abbastanza dibattutto e nel 2010, Franklin Veaux, poliamoroso e BDSMer attivista nonchè co-autore, assieme a Eve Rickert, di “More than two – a practical guide to ethical poliamory”, interessante e preziosa risorsa che si pone l’obiettivo di creare un insieme di strumenti per chi voglia esplorare il poliamore, ha elaborato quella che definiamo come mappa della non-monogamia. La creazione della mappa si basa sulle seguenti riflessioni di Veaux:

“Mi è stato detto più volte che la parola poliamore non è davvero necessaria, in quanto è semplicemente un sinonimo di “relazione aperta” o “scambismo” (o, per taluni, “barare”).

Questa idea sembra presumere che c’è davvero un solo tipo di non-monogamia, il che è abbastanza ridicolo.

[…] Una relazione può essere non monogama senza essere aperta; relazioni pervase dal tradimento, relazioni polifedeli e poliginia religiosa sono tutti esempi. E una relazione può essere aperta senza essere poliamorosa: si prendano ad esempio quelle persone che hanno tanti partner occasionali ma nessuna relazione amorosa ed intima.”

– Ci sono differenze tra persona poliamorica, poliamorosa e poliamorista?
Come abbiamo visto in apertura, non esiste un ente supremo che possa fornire una definizione unica di poliamore; più o meno lo stesso discorso è applicabile alle parole indicate nella domanda.
Nella mia visione, gli aggettivi poliamoric* e poliamoros* hanno la stessa valenza. Alcune persone preferiscono il termine poliamorico perché più vicino alla traduzione corretta di quello inglese; tuttavia, quello che viene maggiormente utilizzato, è il termine poliamoros* che risulta più armonioso e orecchiabile. Io stessa preferisco e utilizzo quest’ultimo.
Per quel che concerne invece il termine poliamorista, sebbene – ancora una volta – non vi sia uniformità di visione, posso affermare che venga utilizzato per indicare una persona attivista nel poliamore o, alternativamente, una persona che effettivamente “pratica” il poliamore. Io preferisco la prima accezione.
– Ritieni che all’interno di un rapporto di stampo poliamoroso/poliamorico sia necessaria una sorta di gerarchia/scala/preferenza? E se sì, come stabilirla/impostarla?

Partiamo da un assunto di base: analizzando con attenzione la definizione di poliamore, noteremo che la stessa è abbastanza lasca in quanto i modi di vivere le relazioni sono molto vasti. Un’affermazione che si usa nell’ambiente è che esistono tante interpretazioni del poliamore quanti sono i poliamorosi o le relazioni poliamorose.
Detto ciò: niente è necessario e il setting sarà frutto di accordi e negoziazioni tra le parti. Vi sarà pertanto chi vive il poliamore stabilendo una sorta di gerarchia (da cui deriva il termine “partner primari*” e quello di “partner secondari*”) e chi invece si trova più a suo agio nell’anarchia relazionale che è una teoria molto affine al poliamore e che rifiuta l’assunto che vi sia un/una partner primari* e le sfumature tra rapporto amicale e partnership sono piuttosto stemperate. Tra questi due opposti si inseriscono varie altre forme, tra le quali cito il poliamore egalitario (le relazioni non vengono assoggettate ad alcuna forma di gerarchia), fattispecie in cui meglio mi riconosco.
Per quel che concerne la seconda domanda: ancora una volta scivoliamo nell’ambito della soggettività. Come ribadito più volte, saranno le persone coinvolte nella relazione a negoziare consapevolmente e consensualmente.
– Il poliamore ha delle regole da seguire o delle linee guida?
In apertura, parlando della definizione di poliamore, ho sottolineato come il consenso informato e l’etica siano valori chiave. Queste sono, per me, le uniche linee guida universali. Ad onor del vero, sottolineo che alcune persone poliamorose fanno perno solo sul consenso e non contemplano in maniera radicale l’elemento etico.
Volendo espandere il discorso, Franklin Veaux ha scritto un interessante articolo che pone l’accento sulla differenza insita tra regole e limiti.
Egli afferma: “Per me, una regola è un qualcosa che una persona impone a un’altra. «Ti proibisco di fare sesso non protetto con chiunque altro» è un esempio comune. È una dichiarazione di intenti per esercitare controllo sulle azioni di un altro.
I limiti sono cose che imponiamo a noi stessi. «Per proteggere la mia salute sessuale, mi riservo il diritto di smettere di fare sesso con te se fai sesso non protetto con chiunque altro» è un esempio.
Se anche l’esito è lo stesso, la filosofia alla base è molto diversa. Per me, la differenza fondamentale è il locus of control [NdR: Nelle scienze psicologiche, il termine di derivazione anglofona Locus of control (luogo di controllo), indica la modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà.]
Con le regole, io assumo il controllo su di te. Ti sto dicendo che cosa devi fare o sto enunciando che cosa ti è proibito fare. Con i limiti, ti sto chiarendo il modo in cui le tue scelte hanno effetto su di me, senza presumere di poter fare quelle scelte al posto tuo, e ti metto nella condizione di comportarti di conseguenza.”
Condivido in toto il pensiero di Veaux e, personalmente, ritengo che una relazione limited based sia più sana e più funzionale di una ruled based.
– Come si fa a capire se si è poliamorici o meno?
Questa è una domanda complessa e, al solito, si scivola nell’ambito della soggettività.
In questo caso, dunque, preferisco parlare direttamente della mia esperienza.
Sin dalla prima importante relazione, terminata all’età di 21 anni e durata 5, mi rendevo conto di innamorarmi anche di un’altra persona. Presa dai sensi di colpa, mi convincevo di non amare più la persona che mi stava accanto (beh, come la cultura mainstream insegna, non potevo innamorarmi di un’altra persona se fossi stata effettivamente coinvolta dal/dalla mi* partner!) e chiudevo sistematicamente la relazione, soffrendo parecchio, per intraprendere la nuova. Eppure amavo entrambe le persone! Eppure continuavo a soffire! Ovviamente, non possedevo gli strumenti per capire che fosse possibile amare più persone e che potessi relazionarmi in maniera sana ed etica con tutte. Un mio amico di origini americane, Paese in cui il poliamore è piuttosto sviluppato, mi parlò dell’argomento circa dieci anni addietro; mi si illuminarono gli occhi e capii quanto gli stereotipi culturali mi avessero condizionata. Tuttavia non riuscivo a sganciarmi da questi ultimi e, a lungo, il loop relazione – nuovo amore – fine della precedente per iniziare la nuova continuò a farla da padrone. La decostruzione e la ricostruzione nonché la ricerca del mio IO attraverso l’autodeterminazione del mio essere mi hanno portata a questa presa di coscienza con consapevolezza.
Dunque, per quel che mi riguarda, è stata una scoperta e, probabilmente sono “nata poliamorosa”; altre persone dichiarano di scegliere consapelvolmente questo stile di vita per via di dinamiche personali e socio-politiche.
Un appunto non marginale: ci si può scoprire poliamoros* o si può scegliere di abbracciare il poliamore perchè si ritiene assurdo limitare la libertà affettiva e/o sessuale del/della partner. Questo assunto viene spesso trascurato benché meriti, al contrario, di essere sottolineato a doppia riga.
– È possibile, secondo te, che si possa passare da una relazione monogama a una poliamorica e/o viceversa?
Grazie per avermi posto la domanda in un’ottica totalmente soggettiva. Così come non esiste un “manule per vivere bene”, allo stesso modo non esiste un “manuale d’amore e di vita relazionale”.
Detto questo: dal mio punto di vista è possibile sia una cosa che l’altra ma non nascondo che, nella mia esperienza, difficilmente chi vive il poliamore intrinsecamente e lo considera parte della propria essenza possa cambiare attitudine. Per un certo verso, e forse qualcun* mi potrebbe tacciare di essere troppo radicale nel proporre questo esempio, sarebbe come domandare se una persona omosessuale possa diventare etero. Ovviamente, né io né nessun altra persona possediamo la “sfera di cristallo” e, dunque, siamo incapaci di prevedere lo sviluppo futuro di una relazione.
Sempre in relazione a quella che è la mia esperienza, i casi che esprimono volontà di passaggio dalla monogamia al poliamore sono invece quasi all’ordine del giorno. Io stessa, come raccontato altrove, arrivo da un passato monogamo. Solitamente questa è la fattispecie più complessa quando non si è single ma quando si vive una relazione di coppia che si vuole aprire. Assisto spesso, infatti, a crisi di una certa portata perchè non sempre – anzi, molto raramente – entrambi i/le partner che costituiscono la coppia sentono contemporaneamente l’esigenza di allontanarsi dalla monogamia. Statisticamente è solo una delle due persone che comincia a “sentirsi stretta” dentro un setting monogamo e, sempre statisticamente, comincia ad informarsi tramite internet e, spesso, approda in uno dei gruppi Facebook dedicati all’argomento per chiedere supporto e per capire come muoversi al meglio.
Va da sé che, se i/le partner che costituiscono la coppia si trovano in sintonia circa l’apertura al poliamore, il processo sarà decisamente facilitato e più fluido. Notevoli difficoltà sorgono, invece, quando una persona sente/scopre di essere poliamorosa e l’altra, invece, rimane ancorata al concetto di monogamia. Il consiglio che posso offrire è quello di dedicare maggiore attenzione al dialogo e all’ascolto delle emozioni reciproche, la ricerca bidirezionale dell’empatia, l’orecchio teso verso i sentimenti di gelosia, la negoziazione iniziale, l’espressione e l’accoglimento di eventuali compromessi momentanei finalizzati alla ricerca di un sano equilibrio che porti tutte e tutti a vivere questo passaggio nel modo meno sofferto possibile e, anzi, come una bella opportunità di crescita personale e della coppia stessa.
Dato che ho citato la gelosia, vorrei aprire una piccola ma importante parentesi: si è soliti pensare che una persona poliamorosa non provi mai gelosia o che, di base, non sia una persona gelosa. Niente di più errato! Vero, esistono indubbiamente persone che, per attitudine, non lo sono ma, in linea generale, la gelosia è un’emozione che può colpire tutte e tutti. La consapevolezza e la presa di coscienza di questo sentimento permettono di poterci riflettere e “lavorare” affinchè la stessa si affievolisca fino ad essere totalmente arginata. Un consiglio anche in questo senso: ascoltare la gelosia e condividerla con i/le partner e perseguire, ancora una volta, un cammino di dialogo e ascolto che porti all’abbattimento cosciente della stessa.
– Definiresti il poliamore uno stile di vita e, se sì, quali sono le difficoltà individuali e sociali che si incontrano nel viverlo?
Più che stile di vita, preferisco parlare di orientamento relazionale, seppur conscia che per talune persone può essere invece una scelta ragionata nel tempo. In un certo qual modo, ritorniamo alla riflessione circa “poliamoros* si nasce o lo si diventa”? Entrambe le possibilità sono valide.
Non nascondo che delle difficoltà esistano: lungi da me far filtrare il messaggio che il poliamore sia la panacea di tutti i mali e le sofferenze.
Le difficoltà personali che potrebbero insorgere sono insite nel riconoscimento della propria attitudine; attitudine che si scontra con il modello culturale di riferimento. Stessa cosa vale per le difficoltà sociali: il riconoscimento, come sopra, diventa perno cruciale. Sostanzialmente potrei proporre un paragone con quelle che sono le difficoltà che tutt’ora incontra una persona che si riconosce in una delle lettere della sigla LGBTQI*, nonostante di omosessualità e temi affini si parli da molto più tempo rispetto al poliamore. Non a caso vi sono diversi punti di contatto tra poliamore e mondo LGBTQI*: si pensi al coming out poliamoroso per passare alle istanze di riconoscimento dei diritti civili, tema piuttosto attuale. E questi sono solo due esempi.
Anche ora, perdonami, prendo spunto per aprire un’altra parentesi: ho sottolineato che non mi arrogo il diritto di dire che il poliamore sia la chiave di volta di tutte le problematiche. Vorrei dunque sottolineare che le persone poliamorose non remano contro chi è monogam* – sarebbe una forma di discriminazione a mio avviso inaccettabile, al pari di ogni discriminazione – a patto che la monogamia sia frutto di una scelta e non di un’imposizione culturale, che la relazione sia scevra da tradimenti e da altre dinamiche insane (si pensi, per esempio, ad una coppia in cui esiste uno sbilanciamento di potere: una delle due persone lavora e l’altra no; quella economicamente debole non avrebbe mezzi per sostentarsi e, allora, pur non amando più il/la compagni*, sceglie di portare avanti la relazione).
– Esiste una sorta di “numero magico” per determinare uno schema poliamorico all’interno di una relazione?
No, direi proprio di no: non esiste un numero di partner o una configurazione congeniale a tutte e tutti. Come abbiamo visto all’inizio, tutto è piuttosto soggettivo e gli accordi interni nonché il personale sentire dettano i ritmi di quella che viene da talun* definita come “costellazione poliamorosa” o, alternativamente, facendo riferimento ai fumetti a tema di Kimchi Cuddles, della “polecola”.
Vi è però un fattore da non sottovalutare: se i sentimenti sono potenzialmente infiniti, il tempo non lo è. Ecco allora che evidenzio come sia indispensabile gestire il tempo e dedicare spazi di qualità ad ogni singola persona con cui si è in relazione. Come noterete, ho parlato di qualità e non di quantità: sono fortemente convinta che la “bontà” di una relazione non dipenda dal numero di minuti passati assieme quanto dalla qualità degli stessi.
– Il poliamore è spesso associato al BDSM; cosa c’è di vero in questa affermazione e come si esplicita all’interno di questo tipo di relazione?
Domanda piuttosto ricorrente e interessante, soprattutto per me che sono anche BDSMer.
Premessa: è vero che vi è un’alta percentuale di BDSMer o kinkster all’interno della comunità poliamorosa ma è altrettanto vero che vi sia anche, ad esempio, un’alta percentuale di persone vegetariane e/o vegane. Posso azzardare – ma questo è solo il mio pensiero – che ciò sia dovuto ad una maggiore attitudine verso l’etica e il consenso. Sottolineo, inoltre, che diverse persone poliamorose prendono distanza dal BDSM: non è dunque possibile generalizzare.
Tuttavia mi sono domandata – e spesso mi viene domandato – quale sia la correlazione tra i due lifestyle e sono giunta a diverse conclusioni o, meglio, punti di contatto. Alcuni sono scontati e piuttosto ovvi, altri meno.

Analizziamo il tutto assieme.

Iniziamo con tutto ciò che è sinonimo di maggiore apertura mentale: chi vive entrambe le dinamiche, per definizione è una persona che non si ferma sullo stereotipo e che ripudia il concetto di dogma. Si è dunque predisposti al fatto che corpo, cuore, anima viaggino su binari unconventional per creare una propria unicità, svincolata dai dettami della religione, dell’educazione canonica, da tutto quello che possiamo definire come vissuto comune; insomma, si tende ad allargare i propri orizzonti ed uscire dalla norma, quest’ultima intesa in termini statistici.

Arriviamo alla cultura del consenso: sia il BDSM che il poliamore vedono come punto cardine l’imprescindibile consenso di tutt* gli/le attor* della scena/relazione. Il consenso, però, non è solo espressione di un vivere eticamente ma, nel caso del BDSM, è frutto anche di una necessità di allineamento al sistema giuridico di appartenenza. In un discorso di più ampio respiro, si può però affermare che neanche nel poliamore possano essere trascurate le norme vigenti (vedasi, ad esempio, ciò che la legge stabilisce in materia di “età del consenso”). Ancora una volta e in entrambi i casi, etica e consenso come parole chiave.

Soffermiamoci ora su alcuni aspetti meno scontati e che possono o meno essere condivisi.

Sempre per una necessità di allineamento al sistema legislativo di appartenenza, nel corso degli anni e all’interno del movimento BDSM, si sono sviluppate diverse filosofie di base; le più comuni sono l’SSC (acronimo di Sane, Safe, Consensual – sano, sicuro e consensuale) e RACK (acronimo di Risk Aware Consensual Kink – consapevoli del rischio, consensuale, “attorcigliato e contorto e, quindi, imprevedibilmente eccentrico, lontano da ogni regola e norma o, ancora, bizzarro e perverso”). Notiamo innanzitutto, per riallacciarci al punto precedente, come il consenso sia sempre e comunque presente. Ora, soffermiamoci sul RACK e sul concetto di “consapevolezza del rischio”; non ritenete che anche le relazioni poliamorose si basino sullo stesso principio? Gli esempi possono essere svariati: consapevolezza del rischio che un* dei partner, intraprendendo una nuova relazione, scompensi le relazioni già in corso (stiamo parlando di rischio – lo ribadisco – e sappiamo inoltre di possedere gli strumenti per arginare un tale fenomeno); consapevolezza del rischio che la non serenità di un/una partner in una delle sue relazioni provochi un turbamento momentaneo anche nelle altre (ancora una volta, possediamo però gli strumenti per intervenire); consapevolezza del rischio che l’inserimento di un/una nuov* partner all’interno di una triade (NdR: configurazione a tre in cui tutte le persone sono in relazione tra loro) già collaudata porti a ridiscutere e rinegoziare accordi di vario genere. Questi sono solo alcuni dei possibili esempi.

La safeword (parola di sicurezza): in ambito BDSM, la safeword viene utilizzata come strumento di comunicazione verbale quando si abbia l’urgenza di interrompere la scena in atto. Essa può essere solo una o più di una; in via generica, è possibile utilizzare i colori del semaforo:

verde: va tutto bene;

giallo: avverto qualcosa che non va ma è possibile andare avanti;

rosso: stop immediato.

Ora, proviamo ad immaginare di utilizzare la safeword anche all’interno di una relazione poliamorosa: essa è, perlomeno a mio avviso, un valido strumento per favorire una corretta comunicazione e per facilitare la stessa. Mi spiego con un banalissimo esempio: immaginiamo che X e Y stiano discutendo e, per quanto si impegnino a comunicare in maniera diretta, cristallina ma contemporaneamente morbida, Y si trovi sopraffatt* da un sentimento contrastante e abbia necessità di una boccata d’aria immediata; aver concordato una safeword – ed utilizzarla – permetterà ad X e Y di bloccarsi immediatamente, senza richiedere spiegazione alcuna, e rimandare la conversazione ad un momento più propizio. L’obiezione che si potrebbe ora sollevare è che questa dinamica possa caratterizzare qualsivoglia relazione, sia essa poliamorosa che non. Riporto dunque un altro esempio, probabilmente più efficace: immaginiamo un contesto intimo tra più partner, X, Y e Z e supponiamo che Z, per una qualsivoglia ragione, non si trovi a proprio agio. Utilizzare la safeword permetterà ad X e Y, da una parte, di capire nell’immediato che qualcosa non sta andando bene, evitando che Y, dall’altra, aggravi il personale carico di disagio nel dover spiegare immediatamente cosa stia accadendo. Non lo trovate interessante? I/le BDSMer potranno obiettare asserendo che la safeword è uno strumento di cui, solitamente, usufruisce solo il/la bottom (genericamente, una persona che si trova in una posizione di sottomissione) e che non vi è safeword per il/la Top (sempre genericamente, una persona che si trova in posizione Dominante). Teoricamente questa affermazione è vera ma è altrettanto vero che anche il/la Top potrebbe aver bisogno di interrompere la scena. Ecco allora che si è soliti utilizzare delle convenzioni: ad esempio, in una mia relazione passata, quando il Top mi colpiva una sola volta con un dato strumento, sapevo che mi stava comunicando la sua safeword; la scena si chiudeva e ci si dedicava all’immancabile fase di aftercare e di scambio di feedback. Un ultimo appunto sul discorso safeword: così come in ambito BDSM non se ne deve abusare e bisogna saperla utilizzare quando vi è effettivo bisogno (gridare “al lupo, al lupo” è sempre controproducente), altrettanto deve essere fatto all’interno di una relazione poliamorosa. L’uso della safeword non deve essere sistematico (ad esempio per evitare costantemente di affrontare un dato discorso); essa deve essere considerata come un valido strumento temporaneo, nell’attesa di gestire e disinnescare il trigger. Una specifica: nel BDSM, oltre alla safeword, esistono i cosiddetti safesignals, ovvero dei segnali che ricoprono lo stesso ruolo svolto dalla safeword in tutti quei contesti in cui il/la bottom non è in grado di esprimersi a parole (si pensi ad una scena in cui è previsto l’uso di un bavaglio). Tipico esempio di safesignal è lo schiocco delle dita. Quanto detto precedentemente in merito alla safeword trova dunque estensione anche nell’uso di uno o più safesignals.

La negoziazione: sempre in ambito BDSM, all’inizio di qualsivoglia relazione o, in alcuni casi, anche giorno dopo giorno, si è soliti negoziare le attività; questo avviene sulla base dei limiti dei soggetti coinvolti nella relazione, sulla base del percorso che si intende intraprendere e via discorrendo. Non mi pare tanto assurdo estendere il concetto di negoziazione anche alle relazioni poliamorose: all’interno del setting relazionale, per esempio, può essere negoziato che ciascuno dei/delle partner, durante la giornata, possa disporre di uno spazio del tutto personale, all’interno del quale sguazzare liberamente; si può negoziare che i metamori (i/le partner dei/delle partner) non entrino mai a contatto tra di loro così come invece può essere negoziato il contrario; ancora, può essere oggetto di negoziazione il tempo da dedicare a ciascun partner, chiaramente in un’ottica di rispetto e libertà reciproca. Attenzione: a scanso di equivoci, sottolineo che negoziare non significa dettare regole e/o porre delle limitazioni alle libertà altrui (escludiamo dunque il poliamore rule-based) ma comunicare i propri limiti e muoversi all’interno degli stessi in un’ottica di consensuale accettazione (poliamore limit-based).
– Puoi fornirci dei consigli per reperire correttamente informazioni (siti, libri, eventi)?
Certamente. Consiglierei la lettura dei diversi articoli, tradotti in lingua italiana, presenti sul sito www.poliamore.org.
Sempre all’interno dello stesso sito potete trovare una pagina dedicata alla bibliografia in materia:
http://www.poliamore.org/libri/
Consiglio vivamente la lettura di:
– “The ethical slut: A Practical Guide to Polyamory, Open Relationships & Other Adventures” (Dossie Easton e Janet W. Hardy, ed. Odoya, 2014 -tradotto in italiano come “La zoccola etica”);
– “More than Two: A Practical Guide to Ethical Polyamory” (Franklin Veaux ed Eve Rickert, ed. Thornton Press, 2014);
– “Sex at Dawn: How We Mate, Why We Stray, and What It Means for Modern Relationships” (Christopher Ryan e Cacilda Jetha, ed. Perennial, 2011. Nel 2015 è stato tradotto e pubblicato in Italia col titolo di “In principio era il sesso – come ci accoppiamo, ci lasciamo e viviamo l’amore oggi”);
– “L’amore con più partner” (Carlo Consiglio, ed. Pioda, 2009).
Evidenzio che, nella città di Roma, è attiva la “polibiblioteca”: in occasione di ogni incontro a tema poliamoroso, sarà possibile prendere in prestito uno dei libri della biblioteca a tema e poli-correlati, prenotandolo in anticipo inviando un’email a biblioteca@poliamore.org.
Sempre su www.poliamore.org sono presenti risorse riconducibili a cinema e TV, fumetti, musica e stampa.
Per gli eventi consiglio la consultazione della pagina http://www.poliamore.org/eventi/ e l’iscrizione al gruppo Facebook “Poliamore e altre non-monogamie etiche”, al fine di poter sempre rimanere informat* circa i diversi incontri regionali.
– Vuoi aggiungere qualcosa o dare qualche consiglio a chi cerca di approcciarsi al poliamore?
In chiusura, vorrei solo sottolineare un dato: “nessuna o nessuno è uguale a me”. Ogni persona è unica, differente, irripetibile e preziosa. Di conseguenza, ciascuna relazione sarà altrettanto unica, differente, non ripetibile e fonte di arricchimento.
Una banalità che nasconde la chiave per vivere in maniera coinvolgente ogni rapporto.
Credits.
Vorrei ringraziare Luca Boschetto, il sito www.poliamore.org dal quale ho tratto diversi spunti per questa intervista, l’associazione R.Eti che si sta battendo per la corretta informazione sul tema e tutte e tutti le amiche e gli amici attivist* di ogni regione d’Italia.

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