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Queer

La Teoria Queer rigetta la classificazione degli individui in termini universali come “uomo” o “donna”, “omosessuale” “eterosessuale”, sostenendo che nascondono un enorme numero di varianti culturali, nessuno dei quali sarebbe più naturale o fondamentale di altri. Contro il concetto classico di genere, che distingue “normale” (in inglese straight) e “anomalo” (queer), la teoria e conseguentemente il termine “queer” afferma che tutte le identità sociali sono ugualmente anomale. A coniare la formula “teoria queer” fu Teresa de Lauretis, nell’ambito di una conferenza tenutasi all’Università della California, Santa Cruz, nel febbraio 1990 (“Queer Theory: Lesbian and Gay Sexualities. An Introduction”, Teresa de Lauretis).

Dalla prima ecografia, la società ci categorizza in: “femmina” o “maschio”, e questo ci impone comportamenti, atteggiamenti, credenze, perfino posture del corpo, e modi di relazionarsi basati sull’ idea che la natura è ciò che ci costringe ad essere uno o l’ altro. Il genere è un costrutto culturale che varia a seconda delle comunità umane (i concetti di femminilità e mascolinità sono differenti per i diversi periodi storici, aree geografiche, le credenze religiose, ecc). L’ etichetta non serve solo a definire i processi, oggetti, persone, e per comprendere la complessità del reale, ma anche di rango, quindi anche a considerare alcuni gruppi superiori agli altri. I generi servono inoltre a discriminare, e si basano su stereotipi sociali collettivi o immagini che sono riduttivi e ovviamente carichi di pregiudizi, come la dicotomia che esiste tra l’ “uomo” categoria e la “donna” categoria. Le definizioni dell’ essere “uomo” o “donna” non devono essere discriminanti o pregiudiziali. Nelle culture patriarcali si pensa che gli uomini sono per natura attiva, coraggiosa, aggressiva, intelligente, e che abbiano una capacità innata per creazione, filosofia, tecnologia e produttività. Le donne sono invece, secondo l’ ideologia egemone, deboli, malaticce, codarde, pigre, capricciose, vulnerabili, tenere e sentimentali, e soprattutto “generatrici”. Noi tutti siamo esseri “riproduttori” e la nostra missione “naturale” è quella di far nascere bambini che debbono seguire i dettami della società a cui appartengono. Il Queerismo si augura di poter interrompere un continuum epistemico rimettendo al centro dell’attenzione il problema delle differenze multiple, dunque l’individuo in quanto tale, non in quanto appartenente ad un certo genere ed/od orientamento sessuale e sviluppando contemporaneamente le contraddizioni proprie del modo in cui viene comunemente intesa la definizione omo/eterosessuale. Le discrepanze e le incoerenze tra sesso cromosomico, genere e desiderio sessuale diventano l’oggetto privilegiato d’analisi, arrivando ad includere il travestitismo, l’ermafroditismo, l’ambiguità di genere e la chirurgia per il cambiamento di sesso. Gli strumenti più frequentemente usati sono quelli della decostruzione delle rappresentazioni sociali e dell’analisi delle identità sotto la lente della loro performatività. Il termine “queer” rigetta dicotomie e obblighi sociali e rivendica il concetto di “persona”, eliminando in questo modo anche l’ “anomalia” degli individui “non classificabili” secondo la “normalità” delle categorie “uomo eterosessuale” – “donna eterosessuale” dettata dalla società odierna, quindi coloro facenti parte del gruppo di persone LGBTIA+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Intersessuali, Asessuali, (…)). Inoltre, riprendendo il discorso che da sempre vede scontrarsi due posizioni differenti all’interno del femminismo, la prostituzione, la pornografia e il bondage o l’ S/M sono legittime e valide espressioni della sessualità umana. Questa visione è rafforzata dall’inclusione di tutto ciò che è non-normativo nell’elenco delle identità “performabili”. L’ elemento chiave sta nel vedere gli atti sessuali ed il gender stesso come qualcosa di costruito discorsivamente, e non come un insieme di pratiche preesistenti. Ovviamente per quanto riguarda la prostituzione e la pornografia si parla dal punto di vista della differenzazione delle pratiche sessuali volutamente soggettive esulando dal meccanismo di oppressione esterno.
Tratto dal libro “Feminism and sadomasochism”:

“The dynamic between a top and a bottom is quite different from the dynamic between men and women, blacks and whites, or upper- and working- class people. That system is unjust because it assigns privileges based on race, gender, and social class. During an S&M encounter, roles are acquired and used in very different ways. If you don’t like being a top or bottom, you switch your keys. Try doing that to your biological sex or your race or your socioeconomic status.”
(“Feminism and sadomasochism” – Patrick Califia)

La teoria queer è nata dalla passione del movimento Queer, un movimento sociale che si oppone alla titolazione prestabilita, chiedendo la libertà di essere, essere nel mondo, di relazionarsi con gli altri, criticando la costruzione delle identità sessuali costruite dal capitalismo globalizzato alla fine del XX secolo. ——————————————————————————————————–

Definizione dei termini “Queer” e “queer” e loro differenza: “Queer” è un termine della lingua inglese che tradizionalmente significava “strano”, “insolito”. Il termine a sua volta deriva dal tedesco “quer” che significa “di traverso, diagonalmente”. L’uso del termine nel corso XX secolo ha subito diversi e profondi cambiamenti e il suo uso è tutt’ora controverso, assumendo diversi significati all’interno di diverse comunità. In italiano si usa per indicare quelle persone il cui orientamento sessuale e/o identità di genere differisce da quello strettamente eterosessuale: un termine-ombrello, si potrebbe dire, per persone gay (omosessuali), lesbiche, bisessuali, transessuali, transgender, intersessuati, agender (…). Il termine Queer nasce anche (e soprattutto) in contrapposizione agli stereotipi diffusisi nell’ambiente gay.
Tra le persone omosessuali, la maggior parte si definisce “gay” o “lesbica” piuttosto che “queer” anche se i termini non sono in contrapposizione e possono essere utilizzati al contempo, la differenziazione si ha nell’atto politico di voler superare qualsiasi barriera precostituita, ma non nella negazione della propria libertà di autodefinirsi: è un termine che lascia spazio all’individualità, alla persona.
“Queer” (lettera iniziale maiuscola) è un termine politico, spesso usato dunque da coloro che sono politicamente attivi, da chi rifiuta con forza le tradizionali identità di genere, da chi rifiuta le categorie dell’orientamento sessuale come gay, lesbica, bisessuale ed eterosessuale, da chi si rappresenta e percepisce come oppresso dall’eteronormatività prevalente nella cultura e nella società o dalle persone eterosessuali le cui preferenze sessuali le rendono una minoranza (ad esempio chi pratica BDSM). Molte persone, comunque, si identificano primariamente come “queer” (lettera iniziale minuscola) che come gay, lesbiche, bisessuali, trans, intersessuali, asessuali (…). Alcune ritengono e sentono che le etichette non descrivano adeguatamente le loro identità, preferenze e orientamento sessuale, altre persone facenti parte della comunità LGBTIA+ ritengono che usare il termine-ombrello “queer” (lettera iniziale minuscola) sia un modo positivo per riappropriarsi di un termine che in passato era usato contro di loro, spogliando quindi la parola del suo potere offensivo. Tale uso sta diventando sempre più comune tra i giovani. Alcune persone queer si identificano come tali sentendosi ad un livello e in un modo che va oltre le rigide limitazioni della tradizionale interpretazione binaria dell’orientamento sessuale (omo/etero/bi-sessuale) e dell’identità di genere (maschio/femmina). Per loro, essere queer significa rigettare tali etichette e le aspettative ad esse legate per abbracciare il fatto che la loro sessualità (identità, orientamento, scelta o preferenza che sia) è semplicemente diversa dalla “norma” in uno o più modi. Storicamente, il termine era un epiteto utilizzato offensivamente contro le persone gay, in Inghilterra. Dal momento che il termine ha avuto origine, e talvolta persiste, come insulto omofobo, e dal momento che un altro significato comune del termine è “strano”, alcuni membri della comunità LGBTIA+ non vedono di buon occhio il suo uso, per lo meno nel mondo anglofono. Il termine si attesta nell’uso comune durante gli anni novanta, quando viene reso popolare dal gruppo di attivisti inglesi “Queer Nation”. Lo si trova, comunque, nella lingua inglese con l’uso di “strano”, “strambo” già nel XIX secolo. Negli anni settanta in Inghilterra è equivalente all’italiano “frocio”, ma in Italia passa, proprio a partire da quegli anni, senza la connotazione negativa dell’equivalente italiano. Il passaggio si realizza infatti proprio lungo quelle filiere di pensiero che propongono una riappropriazione del termine.
La teoria queer mette in discussione la naturalità dell’identità di genere, dell’identità sessuale e degli atti sessuali di ciascun individuo, affermando invece che esse sono interamente o in parte costruite socialmente, e che quindi gli individui non possono essere realmente descritti usando termini generali come “eterosessuale” o “donna”. La teoria queer sfida pertanto la pratica comune di dividere in compartimenti separati la descrizione di una persona perché “entri” in una o più particolari categorie definite, la teoria queer si sforza di comprendere qualsiasi attività o identità sessuale che ricada entro le categorie di normativo e deviante.
Il Queerismo è contro le identità di genere socialmente precostituite, poiché la normalità non esiste, è anch’essa un costrutto sociale stabilito dalla maggioranza.
Tutte le identità sono ugualmente anomale.

Silvia Rea Morini

(Dom Aspis)

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